La città delle Streghe e delle Janare
In Italia è credenza diffusa che uno dei luoghi più magici e di culto dei Sabba sia proprio Benevento. Qui non si è soliti parlare di “strega” ma di “janara”,con le sue dovute derivazioni come la “zucculara”, identificando una donna più associata al carattere magico sacrale delle sue facoltà che alla figura negativa e oscura del Demonio. La janara è l’ultima capostipite di un paganesimo agreste che si perpetrava nelle campagne campane, dalle qualità doppie:positive (la facoltà di guarire dalle malattie) e negative (la capacità, attraverso erbe “incantate”, di plagiare la mente umana o la facoltà di scatenare catastrofi e terribili vendette). Il termina janara deriva dalla parola janua che significa porta. La porta, infatti, era il luogo di apparizione delle janare. Da qui l’abitudine di appendere fuori dalla porta di casa delle scope o dei sacchetti contenente del sale, in modo che la janara, per poter accedere nella casa, avrebbe prima dovuto contare tutti i fili dell’arnese o i granelli di sale, mentre l’alba l’avrebbe colta in fallo con le sue ore luminose, cacciandola via dalla zona. La leggenda delle streghe di Benevento risale al ducato di Romualdo e più precisamente a quando Costante tolse l’assedio da Benevento. All’epoca i Longobardi erano soliti praticare degli strani riti magici nei pressi di un noce in una zona definita “ripa delle janare”, vicino al fiume Sabato. Fu un prete cattolico, tal Barbato a far abbattere l’albero sempreverde. Tutto sembrerebbe far capo all’abitudine dei Longobardi di incontrarsi all’epoca sotto il noce famigerato, fuori dalla città, dove appendevano una pelle di caprone e a cui davano ripetutamente dei colpi seguiti da morsi, sotto gli occhi atterriti dei beneventani. Altro rito considerato dai campani luogo di malefizi era l’adorazione di un serpente di bronzo appeso al noce. Pico lasciò scritto che le riunioni avvenivano di lunedì o di giovedì. Secondo il protomedico Piperno, invece, le streghe erano solite incontrarsi sotto il noce di venerdì, come oltraggio al giorno della passione di Cristo. Ma una certa Maria Giovanna, strega di Cerreto Sannita, affermò che, oltre alle riunioni sopra dette, spesso le streghe e gli stregoni si riunivano in occasioni particolari, quando era necessario punire o elogiare qualche novizia. In entrambi i tipi di cerimonia gli adepti giungevano al noce in groppa alle loro scope o a diavoli trasformati per l’occasione in gatti o caproni. Dopo l’arrivo delle coppie si dava inizio alle danze presenziate da Satana stesso. Alla fine di ciascun turno il cavaliere veniva trasformato in gatto nero e la donna in civetta, mentre le vecchie janare subivano metamorfosi in caproni e i magi in cinghiali. All’alba gli adepti riacquistavano le loro sembianze umane. A Baselice, in provincia di Benevento, sembra ci fosse una vera e propria scuola delle streghe. Per potervi accedere era necessario giungervi nella notte tra il venerdì e il sabato, scivolando lungo i tetti delle case, finchè suoni melodiosi o odori acri attiravano il mal capitato, specie se particolarmente dotato di un certo “sesto senso”, verso il consesso delle streghe che insegnavano l’arte dell’incantamento alle giovani. Tale arte consisteva nel possedere diverse doti: da quella di riuscire a far abortire una giovane donna gravida, a quella di scatenare tempeste, fino alla capacità di far impazzire i bambini o provocare distruzioni di interi raccolti ed ancora la facoltà di trasformarsi e trasformare in animali. Ma le janare sapevano anche guarire dalle peggiori malattie. Ecco la simpatia o antipatia nei loro confronti a seconda dei servizi presumibilmente offerti. La tradizione delle cerimonie beneventane si allargò oltre i confini italiani viziando spesso il giudizio finale delle sentenze contro le streghe. Anche solo la partecipazione ai Sabba di Benevento diventava motivo di ostilità ed accanimento da parte dei giudici che cercavano di estorcere confessioni alle poverette con tutti i mezzi più penosi esistenti all’epoca: l'ariete, la sedia della strega, la frusta, la gogna, la corda, il cavalletto, la capra, il torchio, lo strizzaseni; la tortura dell'acqua o quella del sale, lo schiacciapollici o la ruota, il toro o la morsa. Vari furono i trattati scritti all’epoca al fine di riconoscere le streghe e demonizzarle come figure infime e pericolose, tra cui ricordiamo quello di Heinrich Kramer e Jakob Sprenger intitolato Malleus Maleficarum. La tradizione delle streghe di Benevento sembra però risalire molto più in là nel tempo. Infatti il nome originario della città era Malventum, essa era un’importante città sannitica, caduta sotto assedio romano nel 275 a.C.. furono proprio i romani a trasformare il nome maleventum in Benevento. All’epoca il luogo era già sede di culti pagani, officiati in nome della dea Iside. Ma la vera motivazione del nome Maleventum ancora oggi non è dato saperla con certezza. Fatto sta che Barbato riuscì a convincere i longobardi che la salvezza della città fosse avvenuta grazie all’intervento divino. Si fece promettere da Romualdo che avrebbe servito Dio da allora in poi e fece abbattere il noce pronunciando le seguenti parole:
Barbate ,Christi famule, Longobardum speculum Verbo fulgens et opere Samnites hostes liberas. Beneventano principi Matrem ostendis virginem Praeces argentem filio,Pro libertate populi. Et Constantini Caesaris Mentem iratam mitigas Urbis nefandam arborem Vellendo fidem propagas. Romuald theodorindam, Et plebem Christo copulas Tu simlulacrum viperae Vetris in Dei calicem. Miles accendes Principem In necem dei formulae Demonis aula noscitur Cum multis eius posteris. Tua lotura manum Sanat laesos languoribus Sis ergo nobis omnibus Medela delinquentibus…
Ancor oggi l’ubicazione precisa del noce non è ben chiara. Questo farebbe pensare che i riti venivano celebrati in diversi luoghi del Beneventano. Ed effettivamente l’intera campagna attorno a Benevento col Monte Volturno che fa da padrone, appare ancor oggi magica, dalle tinte forti e dalle atmosfere misteriose. L’ubicazione esatta del noce sembrerebbe corrispondere a un angolo particolare della vecchia strada che conduce ad Avellino, oggi occupato da una chiesetta abbandonata. Altre testimonianze ricondurrebbero l’origine del noce in una zona più vicina alla città vera e propria, sempre nelle vicinanze del fiume sabato (notare la somiglianza del nome del fiume con la cerimonia di streghe e stregoni propriamente detta Sabba). Anche qui, però, sarebbe presente una chiesetta sconsacrata e un vecchio cimitero dalle suggestioni molto forti. Sicuramente in questi luoghi, ricchi di storia e di fascino, la realtà storica si confonde facilmente con storie di derivazione popolare e credenze pseudo-religiose. Basti pensare alle attraentissime storie di folletti e spiriti della natura che popolerebbero ancor oggi le campagne circostanti Avellino e Benevento! Altrettanto, però, dovremmo forse ricordare che in fondo ad ogni leggenda popolare c’è un pizzico di verità. E, se è ormai conclamato che la maggior parte dei roghi e dei processi riguardanti le streghe durante tutto il medioevo e oltre, furono mero strumento della Chiesa per rafforzare il suo potere spirituale e la forza del plagio sulle masse, altrettanto non possiamo disconoscere che l’uomo è stato attratto da sempre alle pratiche della magia, al fine di convogliare le forze della Natura a suo vantaggio o contro il “nemico”. Ed ecco dove risiede il fascino di tali rimembranze che ci raggiungono come un’eco dal passato: nel sapere e non sapere, nell’immaginare e, ancor oggi, a distanza di secoli, voler “provare”, sfidare quei luoghi di antiche vestigia con l’intento di ricreare condizioni ed esperienze simili dei nostri antenati che forse, più di noi, credevano nella potenza della Natura, madre che incuteva timore e rispetto, ma anche dimensione sempre nuova da esplorare.
La Scrittura Beneventana
Scrittura beneventana è una grafia medievale, cosi chiamata in quanto originaria del ducato di Benevento nell'Italia meridionale. È stata anche chiamata Langobarda, Longobarda, Longobardisca (in quanto trae origine da territori abitati dai longobardi), e talvolta anche gotica; è stata denominata Beneventana per la prima volta dal paleografo E. A. Lowe. È associata con l'Italia a sud di Roma, ma è stata anche usata nei centri dalmati sotto l'influenza Beneventana. Questa scrittura è stata usata approssimativamente dalla metà del VIII secolo fino al XIII secolo, anche se ne esistono esempi fino al tardo XVI secolo. I centri più importanti della Beneventana sono due: il monastero di Monte Cassino e Bari. La grafia di Bari si sviluppò nel X secolo dalla grafia di Monte Cassino; entrambi erano basate sulla minuscola romana usata dai Longobardi. In generale questa scrittura è molto spigolosa. In accordo con Lowe la forma perfetta di questa scrittura fu quella usata nel XI secolo, quando Desiderio era abate di Monte Cassino, dopodiché inizio il suo declino. Le caratteristiche della beneventana comprendono molte legature e “tratti di connessione” - le lettere di una parola possono essere unite insieme da una linea, con delle figure oggi irriconoscibili. Le legature comprendono la lettera t che rassomiglia alla forma presente nella visigotica; la t può assumere molte forme a seconda della lettere con cui è legata. Le legature con le lettere e ed r sono anch'esse comuni. La e si può legare con la p con la legatura detta ad “asso di picche”. Nei primi esempi di beneventana, la lettera a ha un'apertura nella parte superiore, il che la rende simile alla lettera u; successivamente assomiglia a "cc" o "oc", con delle "code" discendenti sulla destra. Nella grafia di Bari, la lettera c ha una forma spezzata, e assomiglia alla forma beneventana della e. La e invece presenta un "braccio" mediano lungo in modo da distinguerla dalla c. La lettera d può presentare il tratto ascendente sia verticale che piegato verso sinistra, mentre la lettera g rassomiglia alla forma onciale e la lettera i è molto alta e assomiglia alla l. Questa scrittura ha alcune modalità di abbreviazioni e contrazioni particolari abbreviazioni – similmente ad altre scritture latine, le lettere non inserite sono rappresentate da un trattino superiore (macron), la beneventana aggiunge a volte anche un punto al macron. Esiste anche un simbolo simile al numero 3 o a una m obliqua usato quando la m viene omessa. In altre grafie vi è poca o nessuna punteggiatura ma per la beneventana venne sviluppata la punteggiatura standard incluse le basi del moderno punto interrogativo. La beneventana condivide molte caratteristiche con le scritture visigotica e la merovingica, probabilmente gli aspetti comuni sono dovuti alla comune origine dalla romana.
I Gladiatori Sanniti
I combattimenti di gladiatori nacquero tra la popolazione Sannita per poi diffondersi a Roma, ma con caratteristiche differenti. Sul territorio sannita abbiamo infatti i più grandi anfiteatri dopo il Colosseo e per lungo tempo a Roma il termine "sannita" fu di fatti sinonimo di gladiatore.
Si suppone talvolta che gli spettacoli abbiano origine per calmare col sacrificio umano l'ira degli Dei e l'inquietudine dei morti. In realtà i combattimenti in terra sannita, sebbene cruenti e celebrati in occasione di riti funebri, non prevedevano affatto la morte di uno dei lottatori. Si trattava di dimostrazione di forza e abilità.
Fu abitudine a Roma, che i personaggi più in vista offrissero al popolo tali gare (munera), prevedendo la morte per il perdente e la libertà per il gladiatore che avesse dimostrato coraggio e temerarietà nella sfida. Nonostante fossero spesso vietati dalle autorità romane, la loro popolarità, il grande seguito che li accompagnava, fu il motivo per il quale queste gare continuarono ininterrottamente, probabilmente anche dopo la caduta dell'Impero. Col tempo si diffusero parecchie scuole, di cui la principale a Capua (quella di lottatori come Lucilio I e Spartaco), e nacquero "specializzazioni" tra i gladiatori. C'erano i Sanniti armati pesantemente con struttura fisica robusta; i Traci che avevano un armatura leggera ed erano molto agili; i Retiarii che lottavano con la rete e il tridente; i Mirmilloni si caratterizzavano per una particolare armatura che rappresentava sul petto un pesce; gli Opolmachi anche loro con armatura particolari per metà in cuoio; gli Essedarii che usavano i carri; gli Andabati che combattevano a cavallo; i Dimacheri che usavano nel combattimento due spade corte; i Ventilatori che senza avversari si esibivano in mosse e colpi; i Sestertiarii che inesperti venivano pagati appunto in sesterzi.